L’hospice può essere assunto come un modello per capire come si fa ad assicurare la dignità ai malati, quali competenze occorrano per riuscirci, quali ostacoli e difficoltà incontrino coloro che vi operano, quali motivazioni li spingano ad affrontarli caparbiamente. Inoltre, questo luogo rappresenta un osservatorio prezioso sull’interazione tra le dimensioni umana e quella tecnica nella branca della medicina dedicata alle cure palliative. Qui, il portato di speranze e paure di malati e familiari (e anche degli infermieri e medici che li assistono) è più evidente che altrove ed è proprio la sua gestione che rappresenta l’oggetto principale dell’intervento clinico, a differenza di quanto avviene nei reparti di medicina, di neurologia e perfino di oncologia. Infatti, nelle cure di fine vita, non è la dimensione tecnica, medica, a occupare il centro, ma quella umana, con i suoi innumerevoli aspetti etici, intellettuali, emotivi e spirituali.
Tra le tante strutture simili che sorgono sempre più numerose in tutta la Penisola,”Il Tulipano” è un hospice del Servizio pubblico, uno dei pochissimi che accettino persone non affette da tumore e il primo con queste caratteristiche a essere diretta da un neurologo, Inoltre, è forse l’unico hospice in Italia il cui organico comprenda una Dirigente infermieristica laureata, una psicologa destinata in prevalenza al supporto degli operatori e ben tre docenti in cure palliative e di fine vita, due dei quali membri del Consiglio direttivo della Scuola italiana di medicina palliativa (SIMPA). Peculiarità che, insieme ad altre che il lettore scoprirà da sé nelle pagine del libro, rendono “Il Tulipano” un vero e proprio "laboratorio di eccellenza" per un Servizio sanitario in cui la medicina palliativa sia principessa e non cenerentola.
Non è un’impresa facile, perché, indubbiamente, affrontare una malattia che interrompe e modifica un’abitudine di vita, fatta di occupazioni, relazioni, valori impone una sosta, una ri-progettazione, un bilancio che spesso è accompagnato da smarrimento, paura, rabbia. “Chi si occupa di malati ‘terminali’ risponde a queste esigenze sui diversi piani, cercando di connetterli e non di scinderli, lavorando in équipe multidisciplinari che siano consapevoli di tale complessità, - sostiene la Dr.ssa Laura Campanello, analista a orientamento filosofico che collabora con l’Hospice dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.- E a partire da questa che è la fase finale della vita la filosofia può essere una strada, una pratica che permette di imparare a vivere e a morire, a ogni età e in ogni condizione. Infatti, per citare Galeno, ‘nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per la salute dell’anima’ e il ben-essere è integrazione di vita e morte, luce e ombra e non può ridursi a esaltazione di una parte e negazione dell’altra”.
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